Il discorso pre-partita: come riuscirlo
Quanto tempo, cosa dire, in quale ordine: come costruire un discorso pre-partita che prepari davvero la tua squadra invece di metterle ansia.
Thibaud C. · Preparatore atletico · Ultimo aggiornamento: 26 settembre 2026
1. Capire cosa è in gioco in un discorso
Il discorso è un momento forte, intenso, «intimo» della preparazione della partita: dieci, quindici minuti al massimo durante i quali ti rivolgi un'ultima volta ai giocatori in modo collettivo.
L'essenziale non è tanto ciò che dirai quanto ciò che verrà trattenuto: essere ascoltato, essere compreso, con l'idea guida di curare la fiducia dei tuoi giocatori perché siano liberi in termini di iniziativa e creatività. A due ore dalla partita non è più il momento di parlare dell'avversario (la vigilia, con un montaggio video, sì). Ciò che conta è la fiducia: in sé stessi, nel proprio allenatore, nel proprio staff, nei compagni. Il giocatore deve sentire che, se sbaglia, i compagni saranno lì a sostenerlo. Questa solidarietà, questo senso del sacrificio, sono valori essenziali.
Ne approfitto anche per insistere sulla concentrazione e sul controllo di sé: nonostante il dispendio di energia, il giocatore deve restare lucido (non prendersi un'ammonizione per un nonnulla, perché ad alto livello l'espulsione è spesso sinonimo di sconfitta). Quanto a motivare i giocatori, non ci credo: uno sportivo di alto livello trova le proprie fonti di motivazione. Il discorso deve invece creare le condizioni per ottimizzare quella motivazione.
2. La preparazione di un discorso
Ogni partita, il suo foglio bianco: la mattina annoto una traccia; il pomeriggio mi concentro sulla stesura ispirandomi a ciò che ho visto durante la settimana. Faccio molta attenzione alla scelta delle parole: il discorso deve essere preciso, cesellato. In sostanza, preparo tutte le mie improvvisazioni. Una volta scritto, lo rileggo due o tre volte per memorizzarlo — non se ne parla di presentarsi con il foglio in mano!
Davanti ai miei giocatori (che mi piace disporre a semicerchio — anche questo fa parte del messaggio), cerco di essere semplice, diretto e autentico: calmo, sereno, curando le intonazioni per essere incisivo. La struttura resta immutabile: comincio con una presentazione del contesto (fissando se serve obiettivi intermedi); poi la formazione, citando titolari e riserve, restando molto collettivo; poi i principi tattici, difensivi e offensivi (quelli nel DNA della squadra e quelli adatti a dare fastidio all'avversario); infine concludo con uno o due minuti più personali, durante i quali cerco di toccare l'amor proprio, di provocare l'emozione — parole dette con la pancia tanto quanto con la testa.
3. Le trappole di un discorso
Il rischio, partita dopo partita, sarebbe che la squadra finisse per avere la sensazione che «è sempre la stessa cosa». L'allenatore deve quindi rigenerare il proprio discorso per suscitare «un'attesa del discorso»: modificare l'approccio, cambiare gli angoli d'attacco, variare il vocabolario. Serve un messaggio coerente, senza scarti rispetto a quanto lavorato in settimana, e positivo (bandire il «soprattutto non prendiamo gol!», il modo migliore per installare l'idea di subirne uno). Un paragone: hai mai sentito un pilota dire «proveremo ad atterrare come possiamo»? Non è molto rassicurante…
Quanto all'uso di elementi esterni per affilare la motivazione, non sono favorevole: distoglie i giocatori dalla loro concentrazione. Non mi piacciono nemmeno i discorsi centrati sulla rivincita o sulla vendetta: una squadra sarà sempre migliore quando gioca per sé invece che contro qualcuno — serena, calma, fiduciosa. Giocare sulla corda emotiva può essere pericoloso, dato che i giocatori sono tanto diversi tra loro; il nostro ruolo è più quello di rassicurarli che di caricarli oltre misura.